È nota l’opinione secondo la quale ogni vero artista possiede il raro dono di sapere scegliere il proprio cammino, quando procedere e quando fermarsi, quando tornare indietro o quando lasciar procedere da solo il lavoro.
Nel caso di Giovanni Di Fede codesta intuizione costituisce un tratto distintivo del suo operare, sin da quando, nei lontani anni ’60 (per molti aspetti davvero rappresentativi nei più diversi settori dell’arte), agli inizi della sua carriera che lo vedeva quale eclettico protagonista sia nel mondo dello spettacolo che della musica (è stato una rispettabilissima “tromba”), per la prediletta pittura scelse la figurazione realista – e successivamente il paesaggismo – in un momento in cui la dialettica – anzi lo scontro – fra formale ed informale, figurativo ed astratto era più accesa.
Una scelta motivata da urgenze sociologiche e contenutistiche che potevano esser meglio esplicitate con il tratto grafico espressionista e con i colori forti e decisi che, di fatto, lo hanno reso noto, riconoscibile ed apprezzato.
A seguire, un crescendo di coerente espressività formale, che ha fatto dei suoi paesaggi momenti essenziali di una poetica coloristica e segnica molto personale ancorché inseribile in una matrice “sicilianista”.
Ma la figurazione di Di Fede non è, né lo è stata neppure agli inizi, una scelta di campo antistorica. La sua cultura – ma si dovrebbe dire meglio, il suo viscerale amore per la grande arte in tutte le sue varianti stilistiche – non gli ha mai fatto prender le distanze dai movimenti di avanguardia o di rinnovamento dell’arte che, proprio nell’immediato secondo dopoguerra, esplodevano sia in Europa che negli Stati Uniti. Un amore, per tali aspetti dell’arte pittorica, conservato nel cuore e nella mente. Non accantonato, cioè, ma sempre presente e talvolta manifesto in alcuni particolari della sua più recente produzione paesaggistica, e che ora esplode, malgrado i 72 anni dell’artista, irruente e come un fiume in piena in una sorprendente produzione di opere informali dalla travolgente carica coloristica, in un fervore compositivo che mescola edonismo e poesia, tecnica e libertà espressiva.
Di Fede, insomma, compie d’emblée un salto all’indietro, verso quegli anni ‘50-’60 dei suoi inizi, per una sorta di sliding doors della sua creatività artistica. Un percorso a ritroso e parallelo, che ci mostra come sarebbe potuto essere l’”altro” Di Fede.
C’è da credere che sarebbe stato anche quel che ora dicono queste opere: un sapiente e fantasioso “creativo” capace di entusiasmare con la sua ricchissima tavolozza cromatica (dai prevalenti verde e giallo, al nero, rosso, arancio e bianco e poi blu, azzurro, celeste, turchese, viola, fucsia, rosa, marrone, beige, grigio…). che sfocia in veri e propri cicli o serie, ma ancor più con la calibrata ed armonica tramatura compositiva che conduce l’occhio a vagare tra macchie, grumi, graffiature, picchettature, increspature, oppure zone, campiture e tracce/percorso dei dipinti, alcuni dei quali con prevalenza monocromatica.
La vasta referenzialità stilistica – tra l’Informale europeo e l’Espressionismo astratto americano – gioca in questo caso un ruolo meramente sentimentale perché diverso è l’approccio mentale di Di Fede all’atto creativo.
E se il suo assunto poetico coincide con quello di Jackson Pollock (“Voglio esprimere i miei sentimenti e non illustrarli…” – diceva l’artista americano), diversa ne consegue l’operatività, a partire dalla “non casualità”.
Di Fede è forte di un’esperienza quarantennale che si è espressa nella pittura ad olio con una padronanza tecnica di alto livello. Tale padronanza gli consente ora di modulare l’equilibrio fra le sue emozioni erompenti e l’uso – ed il peso – del suo pennello e della leggerezza o matericità dei suoi colori.
Il dinamismo vitalistico, il fraseggio, i reticoli, le macchie dei brillanti e gioiosi colori di Di Fede (anche quando si tratta di intensi blu o di cupi e passionali rossi) rimandano ai formicolanti ritmi luminosi di un Alechinsky, all’intensa gestualità di Emilio Vedova o alla lirica caoticità di Mark Tobey – per citare alcune orientative referenzialità – ma se ne distanziano per l’assunto creativo; non nascono da una “reazione”, ma da una profonda e libera esigenza creativa. Sarebbe dunque da pensare – in senso ideale, non formale -piuttosto ad Hans Hartung ed alla sua grafica eruttiva per cui “la macchia di colore era una libera espressione lirica”.
Rilevante è, invece, il rapporto tra colore, gesto e “immagine” che, in Di Fede, tradisce un che d’inconsapevole che lo rinvia alla natura infinite volte dipinta ed i cui mediterranei colori ritornano, in un flusso mnemonico intellettualmente emotivo: alberi, boschi, cieli, mare e caseggiati - tutto il dolce paesaggio della sua pittura antecedente, insomma - si frantumano e tornano alla genesi magmatica del colore primigenio, in un caos ordinato e musicalissimo.
Ecco, la musica. L’antico e onnipresente rapporto con la musica è la carica pulsante che muove ora il gesto pittorico di Di Fede che si esprime però più per armonie che per melodie, mentre la sintassi pentagrammatica privilegia il ritmo e la sincope.
Di Fede ha titolato le sue opere “Sinfonie dei colori” per un “Omaggio alla Musica”.
La pertinenza dell’intento, premiata dagli accattivanti risultati, non vuol tuttavia dar adito ad equivoci o fraintendimenti.
La musica è, in sé, l’arte dell’astrazione e non è un caso che molti dei capolavori della pittura astratta ed informale siano kandinskianamente il prodotto del rapporto musica-pittura.
Ma in Di Fede non urge l’impulso sinestetico. Emerge quello lirico-sentimentale.
La stessa terminologia musicale (toni, accordi, timbro, ritmo, etc…), congruente a quella pittorica - o viceversa -, è tutta utilizzabile per le opere di Di Fede non tanto come “corrispondenza” ma piuttosto quale “ispirazione”.
Le sue “Sinfonie” non sono, cioè, il prodotto di residue speculazioni estetico – filosofiche, ma testimonianza di emozioni che si fanno armonia, e che, proprio come musica, raggiungono il cuore.
Non un rapporto vista-udito, dunque, ma una vasta e profonda empatia che dall’anima dall’artista muove verso quella di chi si accosta alle vibranti polifonie cromatiche del “nuovo” Di Fede. E ne viene catturato.
Dall’osservazione estetico-sentimentale dei panorami siciliani, esaltati da un segno elegante e da un colore quasi metafisico, alla visualizzazione aniconica di una realtà “altra”: ecco il fascino di una pulsione emozional poetica, che, per Di Fede, è l’essenza stessa del suo fare pittura.
E il suo “guadagno” d’artista.
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